Una cantina misteriosa
Oggi, quando si accede al criptoportico delle Grotte di Catullo, ci si trova di fronte a uno spazio piuttosto enigmatico. Dell’antico atrio sotterraneo rimangono solo alcune parti delle mura, singoli archi ricostruiti, basi di volte interrotte e imponenti frammenti del soffitto crollato. Chi si trova qui non vede una magnifica architettura, bensì uno strano miscuglio di roccia a vista, muratura romana, sistemi di messa in sicurezza moderni e frammenti architettonici sparsi. Proprio per questo motivo quest’area è una delle parti più affascinanti del complesso. Il criptoportico, infatti, non era semplicemente una cantina, ma una delle strutture portanti dell’intero palazzo.
Continua a leggere sul Criptoportico
Architettura portante
Il termine «criptoportico» significa letteralmente «portico nascosto». Nelle Grotte di Catullo, questa sala si trovava nel seminterrato, sotto la grande sala occidentale. La sua funzione era quindi innanzitutto statica: sosteneva la pesante struttura architettonica sovrastante. La sala occidentale era a doppia navata. Presentava una fila di colonne interna e una fila di colonne esterna. Proprio questa disposizione si ripeteva nel sottosuolo. La fila centrale di arcate del criptoportico si trovava sotto la fila interna di colonne del salone occidentale, mentre la parete esterna occidentale sosteneva la fila esterna di colonne. L’architettura del seminterrato non era quindi uno spazio secondario realizzato in un secondo momento, ma una fondazione calcolata con precisione.
Pilastri sotto le colonne
Ciò spiega anche perché i pilastri centrali delle arcate fossero così massicci. In realtà, per una semplice sala sotterranea sarebbe bastata una forma più semplice dei pilastri. Ma in questo caso i pilastri dovevano sostenere non solo la volta a botte del criptoportico, ma anche i carichi delle colonne sovrastanti e dell’intera struttura della sala. Le basi delle colonne che oggi si trovano tra le arcate provengono originariamente dalla sala occidentale. Le loro dimensioni indicano che la posizione superiore delle colonne doveva trovarsi quasi esattamente sopra i pilastri inferiori dell’arcata. Ciò che nei reperti odierni appare come un residuo oscuro sotto terra, era in realtà il presupposto strutturale per la maestosa architettura sovrastante.
Funzionalità senza fronzoli
Nella mia ricostruzione, quindi, il criptoportico non appare come uno spazio rappresentativo decorato, ma come un atrio seminterrato spoglio e funzionale. Le pareti non sono ricoperte da intonaci elaborati, il pavimento è costituito da un semplice massetto battuto e l’illuminazione è fornita solo da torce e lampade a olio. È vero che tra le macerie del criptoportico sono stati rinvenuti numerosi frammenti di intonaco murario. Tuttavia, il variegato mix di stili diversi suggerisce piuttosto che questi frammenti provengano dal piano superiore. Quando le volte crollarono nella tarda antichità o in occasione di successivi terremoti, è probabile che parti della sontuosa architettura superiore siano precipitate nel seminterrato.
Aria anziché luce
Anche le piccole aperture nelle pareti contraddicono l’ipotesi di un uso di rappresentanza. Si trovavano in alto sulle pareti e attraversavano lo spesso muro a volta fino alle zone posteriori delle camere esterne. Non erano certo adatte all’illuminazione, tanto più che queste camere esterne rimanevano a lungo nell’ombra. È molto più probabile che servissero alla ventilazione. In un seminterrato umido e situato in profondità, l’aria stagnante sarebbe stata disastrosa. Muffa, marciume e cattivi odori avrebbero reso difficile qualsiasi utilizzo. Le numerose piccole aperture, i passaggi e il collegamento con il Corridoio Lungo creavano invece un flusso d’aria costante. Ciò che poteva risultare sgradevole per i visitatori o i lavoratori era invece estremamente utile per la conservazione delle provviste e della legna da ardere.
Non è un luogo dove bighellonare
L’idea di un criptoportico magnificamente decorato con affreschi, piante, statue e giochi d’acqua è certamente suggestiva, ma spiega lo spazio meno bene del suo sobrio utilizzo come cantina e zona di servizio. Infatti, per essere una vera e propria sala di rappresentanza, qui mancava soprattutto una cosa: la luce. Come già spiegato, le piccole aperture in alto riuscivano a malapena a illuminare lo spazio, ma servivano piuttosto alla ventilazione. Anche le piante avrebbero difficilmente potuto prosperare in questo seminterrato. Ancora più improbabili sono i giochi d’acqua decorativi. Le Grotte di Catullo non possedevano né una sorgente né un acquedotto; l’acqua doveva quindi essere raccolta e immagazzinata con notevole dispendio di energie. Considerato l’enorme fabbisogno per il bagno, la cucina e la gestione domestica, sembra poco credibile che in una cantina buia venissero alimentate ulteriori fontane a muro. Chi voleva passeggiare aveva a disposizione i luminosi atri, le terrazze e il grande peristilio con giardino al piano superiore. Il criptoportico, invece, era soprattutto una cosa: l’infrastruttura portante e di servizio sotto lo splendore della villa.
L’estremità sud buia
La parte meridionale del criptoportico terminava in un vicolo cieco. Lì lo spazio era stato in parte scavato in profondità nella roccia in loco. Da un punto di vista odierno sorge la domanda: perché non si sia semplicemente utilizzata la roccia come fondazione naturale? La risposta romana a questa domanda era tipicamente pragmatica: a quanto pare si riponeva meno fiducia nella roccia naturale che in una costruzione controllata di fondamenta e volte in opus caementitium. Laddove doveva sorgere un’architettura pesante, si preferiva asportare metri cubi di roccia e sostituirla con strutture portanti calcolabili e create artificialmente. Il criptoportico è quindi anche un esempio impressionante dell’ingegneria romana.
Un accesso discutibile
La scalinata oggi visibile che conduce al criptoportico è invece problematica. A prima vista sembra plausibile, poiché conduce i visitatori direttamente in quest’area. Tuttavia, la sua esistenza non è affatto certa per quanto riguarda l’uso antico. Se si fosse voluto introdurre merci, legname o altri materiali attraverso questo accesso, una scalinata sarebbe stata troppo ripida. I carri antichi necessitavano di rampe percorribili con una pendenza ridotta. Data la differenza di livello tra l’area esterna e il criptoportico, una rampa di questo tipo avrebbe richiesto una lunghezza considerevole e sarebbe stata visibile dalla terrazza occidentale, compromettendo sensibilmente la simmetria del complesso. È quindi lecito sospettare che questa apertura non sia di epoca antica, ma sia stata realizzata solo dai primi scavatori per trasportare terra, detriti e attrezzi di lavoro fuori dall’area di scavo.
Il nord come chiave
L’accesso antico vero e proprio si trovava probabilmente più a nord. Lì il criptoportico si apriva su una rete di percorsi più complessa, che lo collegava al Corridoio Lungo, alle volte inferiori e alle sottostrutture settentrionali. Da qui era possibile raggiungere il lago, ma anche quei locali di servizio che si trovavano allo stesso livello. Questa zona settentrionale non era quindi più solo un buio fondo di cantina, bensì il nodo funzionale del piano interrato.
Dai reperti allo spazio
Proprio il confronto tra i reperti odierni e la ricostruzione mostra quanto sia ancora leggibile della logica originaria. Oggi si vedono spigoli di muri, ringhiere, lastre di cemento, singole arcate ricostruite e giganteschi frammenti della volta crollata. Nella ricostruzione questi frammenti si ricompongono in uno spazio: due volte a botte parallele, una lunga fila centrale di arcate, una semplice illuminazione da lavoro, scorte di legna accatastate e un pavimento funzionale. Il criptoportico non era quindi un misterioso corridoio di rappresentanza, bensì uno spazio economico portante, ventilato e intensamente utilizzato. Si trovava all’ombra della grande architettura delle ville, ma senza di esso quest’ultima non avrebbe potuto esistere.